Archetipi della femminilità nella società patriarcale

Alle donne è negato nelle diverse fasi della loro vita il diritto a essere donna, a conoscere e godere del proprio corpo e dall’infanzia sono educate a essere madri e mogli, trasformate in uno strumento di riproduzione.

 

Nelle nostre società, l’essere e il lavoro delle donne ruota intorno a ciò che è permesso o a ciò che è sanzionato; da un lato, come affermava Friedrich Nietzsche nel suo libro Gaia Scienza «tutti sono d’accordo nello educarle all’erotico (in argomenti erotici) come le più ignoranti possibili” ma, in modo contraddittorio, perché dall’altro lato, sono tenute a essere sessuali, sessualizzate, disponibili a soddisfare il desiderio incontenibile degli uomini.

 

Le donne sono socializzate alla virtù la quale è possibile realizzare solo mediante la castità e la rinuncia della sessualità del piacere. Inoltre, alle donne in una struttura sociale patriarcale sono richieste prove d’amore ma sono obbligate a caricarsi da sole dei figli frutti di quest’amore sessualizzato e richiesto. Alle donne la Chiesa le condanna per l’uso di contraccettivi e, al contempo, le condanna se decidono di interrompere una gravidanza non desiderata. Le donne nelle nostre società sono prese con la forza, sono abusate, stuprate e condannate a rivivere la vulnerabilità e l’umiliazione di essere state stuprate, obbligandole a tenere i figli del violentatore.

 

In questo contesto, il condizionamento della natura e la capacità fisico-biologica di donare vita smette di essere una possibilità per trasformarsi necessariamente in un obbligo; le donne deve adempiere la funzione biologica e sociale che le sono state assegnate: essere madre, procreare. In caso contrario, la donna viola, trasgredisce l’ordine naturale, biologico e sociale cioè, non soddisfa alcuna funzione sociale e, pertanto, la sua esistenza non ha valore.

 

La donna sterile, quella che non vuole procreare e la donna che non può più procreare. sono – da questa prospettiva – disfunzionali e prescindibili nell’organizzazione sociale, per questa ragione sono trascurate e dimenticate dalle politiche pubbliche.

 

L’attenzione è rivolta in modo permanente alle madri reali e alle potenziali madri, cioè a quelle che non sono madri ma che hanno la capacità o il desiderio di esserlo in futuro. Gran parte di questi potenziali madri sono le ragazze condizionate sin dai loro primi anni di vita, dal ruolo che dovranno assumere: non essere donne ma essere madri.

 

Le donne nella nostra società non conoscono l’essere donna ma lo sperimentano secondo l’aspettativa sociale, cioè essere madre, perché la maternità diventa sinonimo ed espressione dell’essere donna, strumento unico e indispensabile per la realizzazione della femminilità.

 

E ‘da questa prospettiva che abbiamo issato l’empowerment come unico meccanismo per superare la posizione subordinata della donna nella società di oggi; potenziamento sociale inteso come il potere di mettere in discussione, decidere e sovvertire l’aspettativa sociale che pesa sulla donna, vale a dire l’empowerment come la capacità di rompere, di prendere decisioni in grado di violare l’ordine sociale stabilito.

 

Diventa il potere di decidere su se stesse, sui propri corpi, sulla propria sessualità e maternità. Un reale potenziamento che sorgerebbe come processo di decostruzione del femminile pensato, costruito e legittimato dalla logica patriarcale, unito alla necessaria e imprescindibile ridefinizione delle concezioni personali e collettive sull’essere donna.

 

Esther Pineda G.

Traduccion Anita Silviano